NON PUNTARE IL DITO RAGAZZO

Io Alberto e Marco quella sera, eravamo un po su di giri, soffiava un vento gelido per essere metà settembre. In giro la gente era poca e non so perché, ma avevo la sensazione che qualcosa dovesse accadere. Sorseggiavamo un negroni senza ghiaccio, come sempre, tranne Marco, che beveva litri di thè al limone. Da quando il padre era entrato in comunità per disintossicarsi dall’alcool, non aveva più toccato nulla, nemmeno un bicchiere di prosecco.

Il locale era semi deserto, alcune facce note, qualche vecchia fiamma da salutare, niente di più. Non importava, solitamente quando tutto era tranquillo, noi eravamo esattamente l’opposto. Funzionava così. Ho sempre adorato quelle serate che partono in sordina e si rivelano poi momenti indelebili, nella buona e nella cattiva sorte.

Il telefono di Alberto squillò, era ora di rompere le righe. La decisione era stata presa, un salto da nico’s bar a salutare due vecchi amici e poi via, tappa finale, un vecchio e squallido locale di periferia.

Tempo addietro, quel locale aveva movimentato generazioni di ragazzi, poi con il passare degli anni si sa, le mode cambiano, le teste cambiano e così anche i divertimenti e quel locale era lentamente scivolato nel dimenticatoio e se un locale scivola nel dimenticatoio, o chiude, o cambia target di persone e molto spesso il nuovo target non è sicuramente la crème della crème della città. Ma noi lo preferivamo così, più vero, più vissuto, se non facevi cazzate le serate da quelle parti erano sempre piacevoli.

Mi ricordava molto quelle vecchie case coloniali, un grande cancello in ferro battuto perennemente spalancato, un ampio giardino ovviamente trasandato e un grande viale in ghiaia che conduceva ad immensa scalinata, il locale era interamente al secondo piano di questo palazzo fatiscente.

Una volta dentro, la musica era altissima e rigorosamente dal vivo, sembrava un formicaio, gente che ballava, gente al bancone, qualcuno all’esterno che fumava.

Il locale era più lungo che largo, a destra erano ancora disponibili alcuni tavoli privati con poltrone di un rosso così spento che non ti veniva minimamente voglia di appoggiarci le chiappe se non a tarda serata quando oramai le gambe non reggevano più il peso del corpo.

Tutto procedeva in maniera lineare, musica, alcool e qualche ragazza da salutare.

In quel periodo Alberto frequentava una tale Irene, viso angelico ma sotto sotto una gran teppista. La storia non stava procedendo a gonfie vele e qualche voce in giro aveva iniziato a correre, si diceva che lei si vedesse di nascosto con una tale butterato che girava in città.

Quella sera il pistolero si da il caso fosse proprio dentro il nostro saloon.

Avevamo le spalle abbastanza coperte li dentro. Tony, pugile randagio che stazionava all’ingresso, era un mio caro amico e dirigeva in maniera non proprio esemplare gli altri cinque gorilla che giravano per il locale.

Presi alberto per la camicia, lo guardai dritto negli occhi, quella sera non volevo cazzate.

Come vi dicevo eravamo un po tutti su di giri, ma quello non era ne il posto nel il momento giusto per risolvere conti in sospesoso.

Detto fatto. Mentre chiacchieravo con un vecchio amico vidi Alberto allontanarsi dal gruppo. Bicchiere in mano e solito sorriso da faccia da cazzo stampata sul volto.

Di fronte a lui il pistolero, Alberto si avvicinò, consegnò il suo bicchiere nelle mani dell’altro e sussurrò quattro cazzo di parole nell’orecchio del contendente. Voltò le spalle e se ne andò.

Era tutto così surreale, di reale c’era soltanto il tale che, ad un certo punto, dai famosi divanetti rossi si catapultò in men che non si dica, su Alberto colpendolo con un pugno esattamente all’altezza dell’orecchio. Il pugno non fu fortissimo ma lo fece barcollare, un attimo dopo ero già nella mischia che si stava creando.

Sentii soltanto un possente braccio avvolgermi il collo, come fosse un’anaconda. Uno dei gorilla mi aveva trascinato all’esterno insieme a tutti gli altri. Tony, aveva già agguantato il pistolero,

“non puntare più quel dito ragazzo o ti spedisco dritto all’obitorio”, furono le ultime parole che udii.

Una volta in macchina, scomparimmo nella nebbia, eravamo in tre, loro erano in parecchi.

“Che ne dici di condividere qualcosa da bere, sai, condividiamo già la stessa ragazza”,

furono le quattro cazzo di parole che Alberto disse quella sera.

QUELLE STRANE SERATE

Ore 19, qualche bicchiere di birra è già vuoto sul bancone. Sono serate strane, dove tutto può succedere.

In quel periodo eravamo un po tutti su di giri, i problemi nel gruppo erano tanti e di varia natura, lavoro, droga, dissidi con altri gruppi della città, ma nonostante tutto eravamo sereni, un po agitati, ma sereni.

Quella sera, nulla era stato programmato, qualcuno beveva al bancone, altri scambiavano due chiacchiere tra una boccata di sigaretta e l’altra, in lontananza le urla dei soliti quattro giocatori di carte.

Le nostre serate partivano quasi sempre così, in sordina, tranquille e pacate.

E questo per me è sempre stato motivo di preoccupazione. Quando si partiva così, non si sapeva mai dove si sarebbe andati a finire.

Dopo un’oretta di svago, decidemmo di spostarci, non avevamo molte idee e onestamente non volevo fare nemmeno troppo tardi, l’indomani avrei dovuto lavorare.

Finimmo in un bar, che non vedevo da anni, era un paese a qualche chilometro dal nostro.

L’inizio fu piacevole, incrociammo alcune facce non nuove, che non vedavamo da anni. Un po di vino, quattro chiacchiere e le lancette dell’orologio che ruotavano a più non posso, tant’è che in men che non si dica era già scoccata la mezzanotte.

Un po stanchi decidemmo di finire il bicchiere e levare le tende. Se non ché, incrociamo loro.

“Loro” erano due uomini del nostro paese, uno era tranquillo, l’altro molto meno.

Ex promessa del basket, a causa dell’alcool aveva mandato in fumo una carriera oramai spianata.

Per correttezza non entrerò troppo nel dettaglio, vi dico solo che al problema dell’alcool, si era aggiunto quello degli psicofarmaci. Nelle sue serate si alternavano, birre e scazzottate.

Intercettati dal duo, ci fermammo a bere ancora qualcosa, sapevamo che non era opportuno esagerare, ma “loro” non erano di certo al primo bicchiere, anzi.

Il problema di chi mixa alcool e psicofarmaci, è l’imprevedibilità. Un attimo prima ridi e scherzi, un attimo dopo, una parola in più e scoppia il finimondo.

E così fu, anche quella sera. Ricordo solo che stavo parlando con un amico quando vidi lui, che con fare minaccioso, cercava di agguantare il suo compare di sventure.

Entrambi giravano attorno ad una macchina parcheggiata, ogni tanto lui, colpiva la macchina con un pugno, era completamente fuori di testa.

Intervenire in queste situazioni è sempre molto rischioso, cerchi di calmare le acque e puntualmente finisci nel vortice. Però qualcosa andava fatto, di chiamare la polizia non se ne parlava.

Cercammo di calmarlo, ma nulla da fare, la danza attorno alla povera macchina continuò.

Ad un certo punto, non ricordo cosa dissi ma venne captato dal pazzo, il quale si fermò e prese a camminare nella mia direzione, sembrava un cane feroce a caccia di prede.

Onestamente non avevo troppa voglia di far andare le mani, tendenzialmente sono pacifico. Quando fu a mezzo metro, iniziò a proiettare dei colpi verso di me. Uno mi prese di striscio, senza però fare danni. A quel punto arretrando, riuscii a recuperare la distanza e ruotando verso sinistra mi trovai una sedia all’altezza delle mani.

Non ci pensai duo volte, afferrai la sedia e gliela piantai dritta in mezzo alla faccia. La sedia si sbriciolo’ in mille pezzi, fortunatamente era di plastica e non provocò grossi danni, solo qualche graffio. Ma il colpo, ebbe l’effetto di interrompere quella folle caccia al l’uomo.

Lui era seduto a terra, un po frastornato ma tranquillo.

Pagammo i pochi danni fatti e ci incamminammo verso la macchina.

L’indomani avremmo saputo che i due si erano poi infilati nell’ennesimo bar e lui in preda al solito raptus, era finalmente riuscito ad agguantare il suo amico.. Risultato, naso rotto e un bel giro in ospedale.