Sembrò di sognare

“Francesco, dai leviamo le tende, mi sto addormentando”.

Stavo morendo dalla sonno, ma di schiodarsi di lì, proprio non se ne parlava.

Il mio compare di marachelle quella sera era molto più attivo del solito, in più aveva incontrato una vecchia conoscenza, una ragazza che beccavamo spesso nei locali della zona.

Tornato single da qualche mese, ogni occasione era buona per non tuffarsi nella depressione notturna, della propria stanza da letto.

Ultimamente quindi, era diventato impossibile rientrare prima di una certa ora, non a caso erano già le quattro di mattina. Distrutto da un’intensa giornata di lavoro, mi apprestavo con molta fatica a terminare la mia birra, offerta appunto dall’impavido guerriero della notte, nel tentativo di prolungare la mia agonia e il suo sterile tentativo di rimorchiare la ragazza.

“Mezz’ora e me la squaglio e guai a te se mi rompi i coglioni”

Con un cenno del capo, accettò la proposta, di lì a poco ce ne saremmo andati e visto che la signorina non mi sembrava propensa all’accoppiamento, direi che sarebbe stata la soluzione migliore per entrambi.

Finalmente la mezz’ora se ne andò, erano da poco passate le 4.30, mi diressi verso Francesco e praticamente lo portai via di peso. Giunti alle macchine un saluto veloce e partimmo. Lui arzillo come un bambino in un negozio di giocattoli, mi precedeva.

A fatica riuscivo a tenere gli occhi aperti, a tratti mi sembrava di essere già in un sogno, la strada che scorreva, il brusio del motore, le luci rosse della sua macchina e l’incrocio dove avrei dovuto girare…

O cazzo…

di colpo sterzai compiendo di fatto una manovra fisicamente impossibile, la botta fu violenta, gli airbag esplosero e il fumo per qualche istante mi annebbiò ulteriormente la vista.

Le orecchie fischiavano, notai subito del sangue sulla mano e tra tutte le cose alle quali avrei potuto pensare, mi preoccupai dei danni alla macchina.

Il muso era letteralmente sparito, ricordo la faccia di Francesco più bianca della mia.

E fu così che anche quella notte di merda terminò.

Inside

Giorno: venerdì anno: 2015

Ore due e quaranta, uno strano rumore mi svegliò, qualcosa grattava alla finestra della lavanderia, un po’ stordito sollevai leggermente il capo quel tanto che bastava per far scivolare via le lenzuola dal volto.

Del perché mi ostinai a voler capire, cosa fosse quel rumore è un mistero. Se ne sentono di cose la notte, sirene, moto, gatti. Gatti appunto, si da il caso che io avessi un gatto e quel rumore, sembrava proprio il mio gatto che grattava per entrare.

Ma..

Purtroppo non fu così. Improvvisamente il rumore cessò, furono secondi di un silenzio così assordante che posso ancora sentirlo nelle orecchie.

Un piccolo scricchiolio e booom

Il rumore delle finestre in alluminio che si aprono di colpo sbattendo contro la parete. Ricordo benissimo quel rumore, rumore che si mischiò prontamente con quello della sirena. L’antifurto aveva fatto il suo dovere, ma la barriera tra me e i bastardi era stata abbattuta.

Per circa un minuto rimasi completamente fermo nel letto, paralizzato, immobile, quel minuto sembrò un’eternità, sotto stress il tempo si dilata, come pure le pupille, sembravo un gatto.

Oltre alla paralisi, il battito accelerò e la visione a tunnel fece la sua apparizione.

Il primo pensiero fu, “morirò, sei pronto? “.

Ebbe sì, ero pronto, l’istinto mi portò a muovermi, velocemente, i rumori erano amplificati, captavo suoni a distanza chilometrica. L’unica cosa che mi penalizzava era quel maledetto campo visivo ridotto.

I bastardi potevano essere già sulle scale, dovevo muovermi. Cercavo disperatamente qualcosa, un oggetto contundente per difendermi. L’unica cosa che riuscii a tirare fuori dal cilindro, fu una bilancia in vetro, avete capito bene, la bilancia che usavo a pesarmi.

L’avrei sbriciolata sulla testa di uno dei bastardi chi lo sa, non sapevo manco in quanti fossero.

Vedete il brutto di ricevere ospiti non graditi in casa è che non sapete un cazzo di nulla, quanti sono, come sono, che arnesi hanno (una spranga di sicuro).

La parte più difficile fu quella di uscire dalla camera, oramai ero in ballo e allora balliamo. Come un felino, scesi la rampa delle scale, ovviamente avevo acceso più luci possibili.

Al piano terra rallentai, qualcuno appostato dietro un angolo avrebbe potuto colpirmi. Il cuore pompava sangue a più non posso. Facciamola finita.

Uno sguardo a destra uno a sinistra e poi via veloce verso la lavanderia, adrenalina alle stelle, pronto a colpire…

I bastardi se l’erano già squagliata.

Vecchi rancori

Fulmini e saette, quella sera iniziò così.

Era partito tutto dal nulla e si sa, da cosa nasce cosa, alcuni meccanismi quando partono, sono difficili da fermare.

Era una piovosa serata invernale, Matteo, Oscar e due bambole di spettacolare bellezza, erano al bowling a rilassarsi un po’, una birra e due patatine. Non so dove avessero rimorchiato quelle due e onestamente non ci tengo nemmeno a saperlo, ma sicuramente non passavano inosservate, soprattutto in un posto pieno di feccia come quello.

Oltretutto, bande di albanesi e rumeni erano sempre più presenti. Arrivavano, con Bmw e Mercedes fiammanti, rigorosamente neri e con vetri oscurati, le macchine fantasma le chiamavamo.

I rumeni da quelle parti erano feroci, ma mai quanto gli albanesi. Gente senza scrupoli. Non fate mai un torto ad un albanese o se proprio dovete farlo, assicuratevi di avere le spalle coperte, molto coperte.

Si da pure il caso che quella sera il locale traboccasse di questi individui, bella mossa ragazzi, infilarsi in un locale del genere con due sventole di tale caratura, era stata proprio una bella mossa.

Ma ancor peggio, i due imbecilli non sapevano tenere la bocca chiusa.

Alcuni di loro, com’era prevedibile iniziarono ad avvicinarsi alle ragazze, onestamente non credo gliene importasse un gran ché delle due, volevano solo provocare.

Altri bisbigliavano qualcosa all’orecchio e poi ridevano, sta di fatto che si stava creando una miscela altamente esplosiva.

D’un tratto il mio telefono vibrò, interrompendo di fatto quel momento contemplativo, di pausa mentale che inevitabilmente si avverte, quando alle quattro di mattina sei ancora al bancone, con qualche amico. Era Oscar, per un attimo era riuscito a defilarsi.

La situazioni da quelle parti stava degenerando, una parola di troppo e gli animi si erano già, puntualmente, surriscaldati.

Immaginavo la mia bella testolina su un morbido cuscino, invece no, ero in macchina con Boris, direzione bowling. Lui, era l’unico che avrebbe potuto dialogare con quel branco di bestie inferocite.

Sul posto, notammo che la situazione non solo era degenerata, ma era già volato qualche spintone di troppo. Le due ragazze se l’erano giustamente squagliata da tempo e qualche brutto ceffo albanese aveva già iniziato a perdere le staffe.

Alcuni di loro avevano già riconosciuto l’energumeno russo e questo era a tutti gli effetti, un buon segno. Si trattava di ripristinare una parvenza di equilibrio e con quella gente signori, per smorzare i toni devi far capire che anche tu, hai delle conoscenze, altrimenti beh, ci siamo capiti.

Dal canto mio afferrai matteo per il braccio con una presa così salda che non potette non seguirmi, lo portai in un angolo e puntandogli un bel dito in mezzo agli occhi, gli dissi che se stasera non voleva fare un bel salto in ospedale, sarebbe stato meglio se si fosse tappato quella fottuta bocca e così fece.

Ristabilita un po’ di calma, alcuni di loro imprecando contro di noi iniziarono a salire sui loro bolidi e si dileguarono nella notte. Mentre anche noi salivamo con Boris, improvvisamente Oscar afferrò una bottiglia di Ceres e con tutta la sua forza la scaraventò esattamente in direzione di questo corteo funebre che se ne stava andando, centrando di fatto l’ultima macchina, sulla fiancata di sinistra. Bella mossa!

Presi Oscar per la camicia e lo scaraventai in auto, Boris schiacciò completamente il pedale tanto da partire con la portiera ancora aperta, con il cuore in gola, ci infilammo in una stretta striscia di ghiaia dietro il locale e a tutta velocità la notte ci portò via con sé. La guerra era stata dichiarata.

LA CASA

Abitare in campagna ha non pochi vantaggi, se sei bambino, ma soprattutto se il tuo migliore amico, vive in cascina.

Metà della mia infanzia l’ho trascorsa da Stefano, figlio di un agricoltore il cui padre era agricoltore e via così per un po di generazioni.

La sua cascina aveva il grande vantaggio di essere praticamente appiccicata al paese, in cinque minuti di bici ero da lui.

A dieci anni, ci arrampicavamo sulle palle di fieno, facevamo i salti dal fienile, salivamo sui trattori, ci calavamo nei pozzi, facevamo delle graziose gite nei fossi. Tutte cose che si fanno anche oggi, sì, davanti ad un monitor però.

Da lui, mi trasformavo in un essere invincibile. Suo padre in più, tanto per mettere benzina sul fuoco organizzava sempre un mega raduno di bambini, per l’annuale battaglia tra indiani e cowboy con tanto di fortino, interamente fatto in legno. Potete ben immaginare le botte che volavano.

In più, giusto per completare l’opera, davanti alla cascina c’era un enorme capannone che nascondeva una vecchia casa disabitata a due piani. In paese, giravano parecchie voci su quella casa, ed era sempre stato il nostro pallino.

Quell’estate, di parecchi anni fa, era giunta finalmente l’ora di capire cosa celasse all’interno delle sue mura.

Per la spedizione ci diede man forte Paolo, un ragazzotto tanto robusto quanto tonto.

Il materiale era pronto, torce e un piede di porco. Nulla di più. Decidemmo di entrare verso sera.

Senza farci vedere, superammo il capannone e in men che non si dica l’ingresso della casa era davanti a noi, il cuore batteva talmente forte che potevi sentire quello dei compagni. La porta di legno era semi chiusa, tutto era buio intorno a noi, lentamente scivolammo all’interno della casa, le scritte abbondavano sui muri e pezzi di vetro e legno coprivano il pavimento come fossero un tappeto. A sinistra notammo subito una vecchia cucina dismessa con tanto di canna fumaria penzolante.

In salotto, un vecchio divano sventrato era in un angolo.

Seguiti dallo scricchiolio dei vetri sotto i nostri piedi, salimmo le scale, a destra una stanza vuota, poi un’altra.

Mancava l’ultima stanza da ispezionare, la tensione era palpabile, inghiottiti dal buio del corridoio arrivammo sulla soglia della porta, una spinta e la porta si spalanco’. Di fronte a noi vi erano chiari segni di presenza umana, un materasso squarciato, qualche pentolino e quello che a tutti gli effetti ci sembrava un fuoco appena spento, per terra qua e là, notammo delle siringhe.

In men che non si dica, io e stefano ci lanciammo alla velocità della luce lungo il corridoio, corremmo giù per le scale, la sensazione fu quella di avere qualcuno alle spalle, imboccammo l’uscita e finalmente senza mai fermarci ci trovammo ad una decina di metri dalla casa.

Il fiatone e la paura lasciarono pian piano spazio alla lucidità,

paolo? Che fine aveva fatto paolo, presi dalla foga non c’eravamo minimamente accorti della sua assenza. La paura tornò lentamente a galla.

In lontananza udimmo alcune sirene che a poco a poco, si fecero sempre più vicine.

Confusi e impauriti ci appostammo dietro ad un muretto, nascosto da alcuni arbusti. Iniziammo a vedere le luci dei lampeggianti in lontananza. Oramai la situazione era chiara, la nostra spedizione a quanto pare non era passata inosservata.

Il mio pensiero era rivolto a Paolo, che diavolo di fine aveva fatto?

Ben presto il mistero fu risolto, le volanti arrivarono nell’esatto momento in cui lui sbuco’ in fretta e furia dalla porta di ingresso…

… ottimo lavoro Paolo, ottimo lavoro.

Donne

Vi siete mai immaginati il mondo senza femmine?

Io sì e ora ve lo descrivo.

Sveglia alle otto, né troppo presto, né troppo tardi, il letto ha preso la forma del tuo corpo, nessuno lo rifà da giorni e lui, di sua iniziativa ha deciso di cristallizzarsi così, nella medesima posizione.

In cucina scoprite di avere un set nuovo di piatti, color nero, a no, non vengono lavati da un po. Ok. Tutto sotto controllo.

La cesta dei vestiti trabocca di cose da lavare. Massì, lo farò più tardi.

Ho programmato plc da ragazzo, ma vi giuro che la lavatrice resta una cosa mistica, i sui tasti, riconoscono il tatto femminile, ne sono convinto.

Il frigo è talmente vuoto che se parlate sentite l’eco… Ho fame fame fame me me e e e e.

Domani andrò a fare la spesa. E a chi chiedo se non mi ricordo dov’è il sale grosso.

Resistiamo.

Stasera tutti a casa mia per una bella birretta che non ho. Ma poi di cosa si parla se non ci sono più femmine?

Viva le donne. Senza di loro, che vita sarebbe.

P. S. Il testo è puramente inventato, non vorrei che piovessero insulti, in realtà rifaccio il letto, i capi scuri li so lavare in lavatrice, di fatti, vesto sempre di nero, i piatti li lavo ancora a mano e faccio la spesa.

NON PUNTARE IL DITO RAGAZZO

Io Alberto e Marco quella sera, eravamo un po su di giri, soffiava un vento gelido per essere metà settembre. In giro la gente era poca e non so perché, ma avevo la sensazione che qualcosa dovesse accadere. Sorseggiavamo un negroni senza ghiaccio, come sempre, tranne Marco, che beveva litri di thè al limone. Da quando il padre era entrato in comunità per disintossicarsi dall’alcool, non aveva più toccato nulla, nemmeno un bicchiere di prosecco.

Il locale era semi deserto, alcune facce note, qualche vecchia fiamma da salutare, niente di più. Non importava, solitamente quando tutto era tranquillo, noi eravamo esattamente l’opposto. Funzionava così. Ho sempre adorato quelle serate che partono in sordina e si rivelano poi momenti indelebili, nella buona e nella cattiva sorte.

Il telefono di Alberto squillò, era ora di rompere le righe. La decisione era stata presa, un salto da nico’s bar a salutare due vecchi amici e poi via, tappa finale, un vecchio e squallido locale di periferia.

Tempo addietro, quel locale aveva movimentato generazioni di ragazzi, poi con il passare degli anni si sa, le mode cambiano, le teste cambiano e così anche i divertimenti e quel locale era lentamente scivolato nel dimenticatoio e se un locale scivola nel dimenticatoio, o chiude, o cambia target di persone e molto spesso il nuovo target non è sicuramente la crème della crème della città. Ma noi lo preferivamo così, più vero, più vissuto, se non facevi cazzate le serate da quelle parti erano sempre piacevoli.

Mi ricordava molto quelle vecchie case coloniali, un grande cancello in ferro battuto perennemente spalancato, un ampio giardino ovviamente trasandato e un grande viale in ghiaia che conduceva ad immensa scalinata, il locale era interamente al secondo piano di questo palazzo fatiscente.

Una volta dentro, la musica era altissima e rigorosamente dal vivo, sembrava un formicaio, gente che ballava, gente al bancone, qualcuno all’esterno che fumava.

Il locale era più lungo che largo, a destra erano ancora disponibili alcuni tavoli privati con poltrone di un rosso così spento che non ti veniva minimamente voglia di appoggiarci le chiappe se non a tarda serata quando oramai le gambe non reggevano più il peso del corpo.

Tutto procedeva in maniera lineare, musica, alcool e qualche ragazza da salutare.

In quel periodo Alberto frequentava una tale Irene, viso angelico ma sotto sotto una gran teppista. La storia non stava procedendo a gonfie vele e qualche voce in giro aveva iniziato a correre, si diceva che lei si vedesse di nascosto con una tale butterato che girava in città.

Quella sera il pistolero si da il caso fosse proprio dentro il nostro saloon.

Avevamo le spalle abbastanza coperte li dentro. Tony, pugile randagio che stazionava all’ingresso, era un mio caro amico e dirigeva in maniera non proprio esemplare gli altri cinque gorilla che giravano per il locale.

Presi alberto per la camicia, lo guardai dritto negli occhi, quella sera non volevo cazzate.

Come vi dicevo eravamo un po tutti su di giri, ma quello non era ne il posto nel il momento giusto per risolvere conti in sospesoso.

Detto fatto. Mentre chiacchieravo con un vecchio amico vidi Alberto allontanarsi dal gruppo. Bicchiere in mano e solito sorriso da faccia da cazzo stampata sul volto.

Di fronte a lui il pistolero, Alberto si avvicinò, consegnò il suo bicchiere nelle mani dell’altro e sussurrò quattro cazzo di parole nell’orecchio del contendente. Voltò le spalle e se ne andò.

Era tutto così surreale, di reale c’era soltanto il tale che, ad un certo punto, dai famosi divanetti rossi si catapultò in men che non si dica, su Alberto colpendolo con un pugno esattamente all’altezza dell’orecchio. Il pugno non fu fortissimo ma lo fece barcollare, un attimo dopo ero già nella mischia che si stava creando.

Sentii soltanto un possente braccio avvolgermi il collo, come fosse un’anaconda. Uno dei gorilla mi aveva trascinato all’esterno insieme a tutti gli altri. Tony, aveva già agguantato il pistolero,

“non puntare più quel dito ragazzo o ti spedisco dritto all’obitorio”, furono le ultime parole che udii.

Una volta in macchina, scomparimmo nella nebbia, eravamo in tre, loro erano in parecchi.

“Che ne dici di condividere qualcosa da bere, sai, condividiamo già la stessa ragazza”,

furono le quattro cazzo di parole che Alberto disse quella sera.

QUELLE STRANE SERATE

Ore 19, qualche bicchiere di birra è già vuoto sul bancone. Sono serate strane, dove tutto può succedere.

In quel periodo eravamo un po tutti su di giri, i problemi nel gruppo erano tanti e di varia natura, lavoro, droga, dissidi con altri gruppi della città, ma nonostante tutto eravamo sereni, un po agitati, ma sereni.

Quella sera, nulla era stato programmato, qualcuno beveva al bancone, altri scambiavano due chiacchiere tra una boccata di sigaretta e l’altra, in lontananza le urla dei soliti quattro giocatori di carte.

Le nostre serate partivano quasi sempre così, in sordina, tranquille e pacate.

E questo per me è sempre stato motivo di preoccupazione. Quando si partiva così, non si sapeva mai dove si sarebbe andati a finire.

Dopo un’oretta di svago, decidemmo di spostarci, non avevamo molte idee e onestamente non volevo fare nemmeno troppo tardi, l’indomani avrei dovuto lavorare.

Finimmo in un bar, che non vedevo da anni, era un paese a qualche chilometro dal nostro.

L’inizio fu piacevole, incrociammo alcune facce non nuove, che non vedavamo da anni. Un po di vino, quattro chiacchiere e le lancette dell’orologio che ruotavano a più non posso, tant’è che in men che non si dica era già scoccata la mezzanotte.

Un po stanchi decidemmo di finire il bicchiere e levare le tende. Se non ché, incrociamo loro.

“Loro” erano due uomini del nostro paese, uno era tranquillo, l’altro molto meno.

Ex promessa del basket, a causa dell’alcool aveva mandato in fumo una carriera oramai spianata.

Per correttezza non entrerò troppo nel dettaglio, vi dico solo che al problema dell’alcool, si era aggiunto quello degli psicofarmaci. Nelle sue serate si alternavano, birre e scazzottate.

Intercettati dal duo, ci fermammo a bere ancora qualcosa, sapevamo che non era opportuno esagerare, ma “loro” non erano di certo al primo bicchiere, anzi.

Il problema di chi mixa alcool e psicofarmaci, è l’imprevedibilità. Un attimo prima ridi e scherzi, un attimo dopo, una parola in più e scoppia il finimondo.

E così fu, anche quella sera. Ricordo solo che stavo parlando con un amico quando vidi lui, che con fare minaccioso, cercava di agguantare il suo compare di sventure.

Entrambi giravano attorno ad una macchina parcheggiata, ogni tanto lui, colpiva la macchina con un pugno, era completamente fuori di testa.

Intervenire in queste situazioni è sempre molto rischioso, cerchi di calmare le acque e puntualmente finisci nel vortice. Però qualcosa andava fatto, di chiamare la polizia non se ne parlava.

Cercammo di calmarlo, ma nulla da fare, la danza attorno alla povera macchina continuò.

Ad un certo punto, non ricordo cosa dissi ma venne captato dal pazzo, il quale si fermò e prese a camminare nella mia direzione, sembrava un cane feroce a caccia di prede.

Onestamente non avevo troppa voglia di far andare le mani, tendenzialmente sono pacifico. Quando fu a mezzo metro, iniziò a proiettare dei colpi verso di me. Uno mi prese di striscio, senza però fare danni. A quel punto arretrando, riuscii a recuperare la distanza e ruotando verso sinistra mi trovai una sedia all’altezza delle mani.

Non ci pensai duo volte, afferrai la sedia e gliela piantai dritta in mezzo alla faccia. La sedia si sbriciolo’ in mille pezzi, fortunatamente era di plastica e non provocò grossi danni, solo qualche graffio. Ma il colpo, ebbe l’effetto di interrompere quella folle caccia al l’uomo.

Lui era seduto a terra, un po frastornato ma tranquillo.

Pagammo i pochi danni fatti e ci incamminammo verso la macchina.

L’indomani avremmo saputo che i due si erano poi infilati nell’ennesimo bar e lui in preda al solito raptus, era finalmente riuscito ad agguantare il suo amico.. Risultato, naso rotto e un bel giro in ospedale.