WE WERE SOLDIERS-la partenza

Ore quattro, la sveglia interrompe un leggero sonno, la tensione mi scorre nelle vene. Mangio qualcosa di veloce, zaino e borsone sono già pronti.

In stazione non c’è troppo movimento, qualche sbadiglio qua e là, qualcuno si strofina gli occhi, qualche temerario si accende una sigaretta.

“Che cazzo sto facendo? ” è il pensiero che ogni tanto riaffiora, pensiero che puntualmente viene smorzato dall’adrenalina. Davanti a me si prospetta qualcosa di nuovo, un sentiero mai esplorato, il sogno di una vita.

I freni fischiano, il treno è lì e mi invita a salire.

Depositati zaino e borsone, mi butto sui sedili e ne approfitto per riposare un po’, la giornata sarà molto lunga, meglio conservare le energie.

Quando riapro gli occhi, scopro di essere molto vicino alla mia prima destinazione, Bologna. Una stazione maestosa quella di Bologna. Le persone entrano ed escono come se stessero danzando su un palco, all’esterno qualche taxi si muove.

L’appuntamento è per le 13, ma il mio contatto mi avvisa che saranno in ritardo.

Ne approfitto per addentare qualcosa, una pizza e una birra fanno decisamente al caso mio.

Ripenso a tante cose, alla decisione presa e alle conseguenze, “che cazzo sto facendo? “, ma anche questa volta l’adrenalina fa il suo decorso. Sono pronto, questa è l’occasione buona, non posso fermarmi adesso.

Il telefono squilla, è lui. Mi avvisa che in trenta minuti saranno di fronte alla stazione e che al momento opportuno mi sarebbe arrivato un messaggio di conferma.

Raccolgo le mie cose, ci siamo, pago il conto e mi dirigo a tutta velocità verso il punto di ritrovo. Appoggiate le chiappe su una panchina attendo, attendo l’arrivo di quello che sarà l’inizio di una nuova vita, o forse no.

Nell’incessante via vai di persone, bici, macchine, scorgo in lontananza un pulmino bianco, vetri scuri, dalla decisa guida sportiva. Accosta, il portellone si spalanca e in men che non si dica, nove figure escono come felini affamati.

La notifica non tarda ad arrivare, sono loro, si parte.

La vita del militare è qualcosa di molto particolare, non hai dimora, ma è come se ti sentissi sempre a casa. Il tuo gruppo, la tua squadra, non è altro che la tua famiglia. Il legame che si crea in certe situazioni va ben oltre una mera questione di amicizia. Magari ci si prende a pugni per una cazzata, ma poi tutto finisce di fronte ad una birra, come se non fosse mai successo nulla. Il gruppo decide la tua sorte e se non ti accetta, meglio tu ti faccia da parte. Funziona così, o dentro o fuori. Non ci sono sfumature, del resto è questione di sopravvivenza.

Ogniuno su quel pulmino ha una storia da raccontare, Mauro il capo del branco, ex paracadutista, ci intrattiene con qualche aneddoto accadutogli in Iraq, Pablo e Federico dietro, parlano di coltelli. Alla guida c’è Tommaso. Filippo dorme come un Angioletto. Tra una sosta e l’altra il viaggio prosegue in direzione Polonia, il centro di addestramento ci aspetta.

Continua….

WE WERE SOLDIERS-Polonia

Dieci ore di viaggio, poche soste e le gambe praticamente atrofizzate, ma ci siamo. Sono le undici passate, dopo aver percorso qualche chilometro di sterrato in quella che ha tutta l’aria di essere una cava abbandonata, ci fermiamo davanti ad una sbarra, un energumeno pelato si avvicina, lo sguardo non è dei più rilassati, ma a quanto pare anche noi non siamo da meno. Prende un telefono e dopo circa dieci minuti la sbarra si alza. Percorriamo gli ultimi chilometri.

Finalmente siamo arrivati, il campo di addestramento, per quanto buio ci sia la fuori, si presenta a noi in tutto il suo splendore.

Ci accoglie un tale mister K, lo chiamerò così, faccia butterata e camminata da mafioso russo. Il suo inglese è impeccabile a differenza del nostro, dopo aver fatto le dovute presentazioni ci mostra l’interno del complesso. Non mi addentrerò troppo nei particolari per ovvie ragioni.

Salutato mister K è giunta l’ora di scaricare il furgone e di preparare le stanze per la notte.